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Deftones, recensione “Gore” 2016

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CoverBAND: Deftones

ALBUM: Gore (2016, Reprise)

Finalmente.

Ecco il nuovo dei Deftones, prima annunciato, poi ritardato, poi alcune canzoni secondo i nuovi dettami della distribuzione nell’era analogica poi ecco il disco. Considero i Deftones come un’epifania, come un strano avvenimento che accomuna tante persone con il minimo comune denominatore del disagio. I Deftones cantano il disagio e la meraviglia di vivere, la magia e la schifezza. Dopo la morte ufficiale di Chi Cheng nel 2013 dopo quattro anni di coma, l’album che si sarebbe dovuto chiamare “ Eros “ sembrava non dovesse mai vedere la luce. Io sinceramente non saprei dirvi quanto di “ Eros “ c’è in questo disco, ma posso dirvi che a mio avviso è un buon disco.

In “ Gore “ i Deftones tornano ad emozionare, ben più di “ Koi No Yokan “ che comunque non rimane brutto disco. Rispetto alle loro altre opere in “ Gore “ i californiani si addentrano maggiormente nella loro anima pop, ci sono sempre le amate asperità sonore, ma la ricerca della melodia finale è notevole, con uno sforzo compositivo maggiore rispetto al passato.

I Deftones sono una summa della musica alternativa, un gruppo che ha dato per davvero qualcosa alla musica negli ultimi anni, le loro canzoni hanno seganto più di una generazione e sicuramente questo disco verrà criticato, ma credetemi che ne vale la pena sentirlo perché qui i Deftones fanno intravedere tante cose.

Ovviamente non è un disco originale o che apre nuove frontiere, ma è un disco che apre il cuore, e ha episodi davvero notevoli come “ Prayers / Triangles “, l’ipnotica “ Acid Hologram “, “ Pittura Infamante “ ( l’italiano va di moda in America, vedi anche i Karma To Burn), la classica “ Doomed User “, la novantina “ Geometric Headdress “ , la dura “ Hearts \ Wires “ che fa il paio con “ (L)mirl “ che è al confine con il nu metal e la liquida “ Rubicon “.

Alla fine i Deftones sono gli Smiths di un altro mondo e di un’altra epoca.

 

Massimo Argo

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